Blog

20
Mar

Reificazione del territorio nell’ottica marxista: l’orto spontaneo tra necessità e volontà di rappresentare la povertà

L’economia capitalista è stato ed è un vero e proprio sistema territoriale in quanto stabilisce i confini all’interno dei quali operano i suoi elementi tipici (perseguimento del profitto, preminenza della proprietà ed iniziativa privata, ecc.); così i sistemi territoriali sono condizionati in maniera determinante dai flussi di capitale, che impongono azioni congruenti con il fine della “massimizzazione del profitto”[1].

Non si può negare quanto nella cultura dei primi migranti urbani (collaudatori degli orti urbani ancor’oggi vigenti) sia divenuta preminente una logica di questo tipo ed è facile riconoscere come lo stesso far fruttare la terra possa rientrare nella logica di non “sprecare” una risorsa massimizzando l’utilizzo del territorio, ma soprattutto il proprio tempo di vita, una volta di più indirizzato alla produttività, seppur una produttività affrancata e non alienante. Dunque una parte della quotidianità del cittadino-operaio si è collocata spazialmente in maniera razionale e non confusa all’interno di un sistema, che ha permesso all’organizzazione sociale di inquadrare spazialmente, anche senza regolarizzare ufficialmente, le pratiche extra-lavorative, il tempo libero.

È importante però inquadrare questo concetto di massimizzazione del profitto in una cornice che contiene salari spesso insufficienti e crisi, tra gli anni ’80 e ’90, di alcune industrie italiane tra cui FIAT.

Non si parla di guadagno in quanto i prodotti non sono immessi sul mercato, ma si tratta comunque di un’integrazione salariale non trascurabile in alcuni periodi storici[2].

Di risparmio si parla però certamente quando l’area orticola ha assolto, ed assolve, alla funzione di villeggiatura. Le classi sociali interessate dal fenomeno sono tendenzialmente quelle del sottoproletariato, fasce con un reddito medio-basso, per le quali altri tipi di “fuga dalla città” possono risultare troppo onerosi in termini di disponibilità economica[3].

A testimoniare la volontà di risparmio e l’indigenza di questa popolazione (oltre che la precarietà della situazione – stiamo parlando di chi storicamente ha vissuto questa realtà e non di chi vi si affaccia oggi) sono gli elementi di arredo degli orti, con un comune denominatore: il recupero di materiale, che ha prodotto un riciclaggio intensivo.

Anche l’utilizzo di scarti potrebbe rientrare in un’ottica di massimizzazione del profitto, ma forse è più adeguato un ragionamento sulle conseguenze di questa situazione: al di là delle ragioni, quella che viene a rappresentarsi è un’immagine simile a quella di una bidonville, facilmente disprezzata dalla popolazione, che può felicemente associare l’abbandono estetico a quello morale dei frequentatori, oltre che indirizzare una critica all’amministrazione che non interviene per il “bene estetico comune”[4].

Ciò induce ad un distacco e una distinzione fra chi vive tali aree e chi le disapprova, fra individui che spesso abitano lo stesso quartiere. Interessante sarebbe dunque all’interno di una ricerca la percezione che gli ortolani hanno dei concittadini, degli abitanti del quartiere, oltre che di loro stessi, nella comprensione dell’efficacia di questa eventuale profezia che si autoadempie.

Per completare la riflessione ci chiediamo se, come suggeriva la sociologia delle risorse primarie, le attività agricole siano ancora oggi intese come economicamente deboli, e se dunque tale debolezza tenda a codificarsi in una fragilità intrinseca delle aree che ospitano queste attività, ostacolando l’idea di destinare (ufficialmente) al suolo questo genere di impiego.

[1] G. Osti, Sociologia del territorio, Il Mulino, Bologna, 2010, p.26

[2]  Da un’inchiesta di Italia Nostra è emerso come il 67% degli orticoltori urbani usasse il terreno in modo gratuito. La presenza di aree ortive nelle diciannove città prese in considerazione dall’indagine complessiva di Italia Nostra risultava essere di ben 813,34 ettari.

[3] E. Ruffa, Territorialità nascoste: gli orti sul Sangone, dall’abusivismo alla riqualificazione urbana, Tesi di Laurea in Sviluppo e Cooperazione, relatore E. Dansero, Università degli Studi di Torino, 2007

[4] È facile ipotizzare che buona parte delle ragioni di bonifica effettuate dalle amministrazioni locali siano legate a tali ragioni estetiche e a quel che se ne può dire, in un’ottica sempre più ispirata al consumo visuale.


Commenta